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La isla Tierra Bomba

Aggiornamento: 19 set 2023

(English version below)


Qualche giorno fa mi sono avventurata su un’isola poco conosciuta se non per due o tre spiagge molto turistiche e privatizzate, alcune gestite dalla gente del posto (La playa tierra bomba) e altre in mano a hotel costosi che mandano gli ospiti in aree private sull’isola, con amache, letti sospesi e ombrelloni. Per arrivarci si deve andare al barrio di Bocagrande (grattacieli e quartiere di uffici), nella parte del Laguito (vicino all’ospedale) e contrattare per un passsaggio in lancha per Puntas Arenas o El Palmarito (sui 15 000 pesos andata e ritorno, 5 euro). Qui a Cartagena provano sempre a farti pagare tantissimo, bisogna contrattare scendendo almeno a un 1/4 di quello che ti dicono.

Io sono arrivata, dopo il viaggio in lancha più veloce e ansiogeno della mia vita, sulla playa di Tierra Bomba, che è frequentata dalla gente del posto e dai turisti cartageneros. L’acqua doveva essere cristallina, ma la notte prima c’è stata una mareggiata che ha portato a riva molti rifiuti. Al chiringuito ho conosciuto diverse ragazze, tutte del Venezuela, mi hanno raccontato che molt* migranti arrivano a Cartagena e si spostano a Tierra Bomba, dove la vita non costa nulla e non ci sono controlli. Mi sono fatta portare in moto taxi lungo la costa fino a Puntas Arenas per vedere se avevo più fortuna con l’acqua, ma ho trovato mare mosso e sporcizia, e soprattutto non c’era un buco all’ombra per sedersi, se non tra uno stabilimento e l’altro. Dopo una piccola pausa per capire come godermela e mangiare la mia arepa con formaggio locale e avocado che mi ero portata da casa (sull’isola potete mangiare tranquillamente piatti di pesce ma sono prezzi alti e da turisti), mi sono spostata a piedi verso una spiaggia libera, dove mi sono sdraiata all’ombra di un albero, da qui la vista era sconcertante: davanti all’isola si estende la “Piccola Miami” di Cartagena.


Varie moto passavano sulla spiaggia e ne ho presa una al volo per raggiungere il pueblo di Tierra Bomba, un villaggio molto povero dove vivono tutti gli abitanti dell’isola. Quando arrivi ti rendi conto ancora di più di quanto quest’isola sia un mondo a parte, privata di qualsiasi servizio e dimenticata dalla grande città.

Photo: Emy Geleyn

Una ragazza belga che ho conosciuto in ostello mi aveva parlato della fondazione Los amigos del mar, che si occupa di attività con i bambini per il reinserimento scolastico. Pedro, un ragazzo colombiano chiamato “El mono” porta avanti questo progetto che esiste da 10 anni, iniziato con un lavoro sul riciclaggio e che si è sviluppato intorno ad attività educative per i ragazzi del quartiere che lasciavano la scuola per poter lavorare. Sono riusciti a ottenere il reinserimento di diversi ragazzin* e sono diventati un punto di riferimento per l’isola. Sono sostenuti da alcune fondazioni private e da volontari che arrivano da tutto il mondo e si fermano per alcuni mesi a dare una mano (nonostante paghino sia vitto che alloggio). Partiti con uno spazio grande e semi all’aperto, sono riusciti, grazie ad alcuni finanziamenti di un’associazione spagnola, a costruire un‘altra sede dove ci sono le aule per le attività, il laboratorio di cucito (dove acune signore stavano preparando le divise per la scuola) e gli uffici.


Nel pomeriggio portano i ragazzi a surfare alla Playa Linda, sicuramente la spiaggia più bella, selvaggia e autentica, dove bisogna andare in moto taxi se siete da sol* e solo stranieri, perchè ovviamente, essendo un pueblo molto povero e non abituato al turismo, si rischia di essere rapinati molto facilmente. Ho nuotato e preso un po’ di onde con alcune bambine che attraverso i volontari conoscono molti paesi del mondo, sono curiose e una mi raccontava di aver vinto, tramite la fondazione, una borsa di studio per studiare francese. Due bambine erano venezuelane ed erano arrivate da poco più di un anno, mentre la maggior parte era afro discendente: infatti sull’isola c’è molta attenzione alla cultura africana che nel corso della storia l’inquisizione spagnola prima e poi il governo hanno cercato di cancellare e reprimere duramente.


Ho trovato quest’isola davvero interessante, con una storia a parte, dove vive una fetta di popolazione completamente ignorata. Io consiglio di andarci, a chi è curios*, a chi vuole uscire un po’ dai soliti giri turistici e a chi vuole capire meglio la storia e le dinamiche di quest’isola, dotata di scuole e poco altro.



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Few days ago I took an adventure to a little-known island except for two or three very touristic and privatized beaches, some run by the locals (La playa tierra bomba) and others in the hands of expensive hotels that send guests to private areas on the island, with hammocks, hanging beds and umbrellas. To get there you have to go to the barrio of Bocagrande (skyscrapers and office district), in the part of the Laguito (near the hospital) and negotiate for a passage by lancha (motor boat) to Puntas Arenas or El Palmarito (about 15 000 pesos round trip, 5 EUR). Here in Cartagena they always try to make you pay a lot, you have to negotiate taking the price down to at least a 1/4 of what they tell you.

I arrived, after the fastest and most anxious lancha journey of my life, on the playa of Tierra Bomba, which is slightly popular between locals and Cartageneros tourists. The water must have been crystal clear, but the night before there was a storm that brought a lot of waste to the shore. At the chiringuito I met several girls, all from Venezuela, they told me that many migrants arrive to Cartagena and move to Tierra Bomba, where life costs nothing and there are no controls. I took a motorbike-taxi along the coast to Puntas Arenas to see if I had more luck with the water, but I found rough seas and dirt, and above all there was just a little hole in the shade to sit between one establishment and the other. After a short break when I ate my arepa with local cheese and avocado that I brought from home (on the island you can easily eat fish dishes but they are at tourist prices). Then I moved by foot to a free beach where I laid in the shade of a tree, and from here the view was schocking, in front of the island, on the main land you can see the "Little Miami" of Cartagena.



Various motorbikes passed on the beach and I took one to reach the pueblo of Tierra Bomba, a very poor village where all the inhabitants of the island live. When you arrive you realize even more how much this island is a world apart, deprived of any service and forgotten by the big city.


Photo: Emy Geleyn

A Belgian girl I met at the hostel told me about the Los amigos del mar foundation, which leads activities for children for school reintegration. Pedro, a Colombian boy called "El mono" carries on this project that has existed for 10 years, which started working on recycling and then developed around educational activities for the kids in the neighborhood who left school to be able to work. They managed to reintegrate several young boys and became a hub for the island. They are supported by some private foundations and by volunteers who come from all over the world and stop for a few months to help out (despite paying both food and accommodation). Starting with a large and semi-open space, they managed, thanks to some funding from a Spanish association, to build another venue where there are classrooms for activities, a sewing workshop (where some ladies were preparing the uniforms for school) and offices.





In the afternoon they take the kids to surf in Playa Linda, surely the most beautiful, wild and authentic beach, where you have to go by motorbike taxi if you are alone and only foreigners, because obviously, being a very poor pueblo and not used to tourism, you risk to be robbed very easily. I swam and caught some waves with the little girls who know many countries around the world through the volunteers, they are curious and one told me that she had won, through the foundation, a scholarship to study French. Two girls were Venezuelan and had arrived one year ago, while most are Afro descendants: in fact on the island there is a lot of attention to African culture that the Spanish inquisition first and then the government wanted to erase and repress harshly.





I found this island extremely interesting, with a separate history, where a slice of the population, completely ignored, lives. I recommend going there to those who are curious, to those who want to get out of the usual tourist tours and to those who want to better understand the history and dynamics of this island, equipped with schools and little more.


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